L’obesità vista da un punto di vista psicologico

Con il termine di obesità si indica una condizione multifattoriale che, caratterizzata da eccesso di grasso corporeo, deve essere riconosciuta come una vera e propria malattia cronica, richiedendo attenzione e follow-up a lungo termine.

L’incremento ponderale può dipendere da patologie endocrino-metaboliche (es. diabete, tireopatie e malattie del corticosurrene),ma molto più spesso deriva da comportamenti alimentari scorretti: si parla pertanto di obesità psicogena facendo riferimento al peculiare atteggiamento psicologico del paziente nei confronti del cibo e del peso. Questo atteggiamento può risultare talmente alterato da configurare veri e propri disturbi del comportamento alimentare. E’ giusto premettere che nessuna società tratta il cibo in modo razionale tenendo conto soltanto del suo valore nutritivo: ogni individuo, in base ai comportamenti culturali, alle abitudini familiari e al proprio vissuto, trasferisce inconsciamente sul cibo un significato più profondo.

La quantità e la qualità degli alimenti ingeriti possono dunque riflettere non soltanto i condizionamenti culturali “esogeni” (cioè provenienti dall’esterno, come le abitudini alimentari della società in cui si vive), ma anche e soprattutto le dinamiche “endogene” (i conflitti più o meno inconsci): nell’obesità psicogena, come pure in molte altre malattie croniche, svolgono dunque un ruolo fondamentale i meccanismi psicosomatici che, in virtù degli stretti legami tra corpo e mente, giustificano la “traduzione” di un disagio psicologico più o meno profondo in uno specifico comportamento alimentare.

Il corpo si riempie e si svuota, dimagrisce fino all’osso oppure ingrassa fino quasi a scoppiare: è il segno di gravi disagi psicologici che rappresentano la vera sofferenza, e come tali, devono essere compresi e trattati.

Diversamente dalla bulimia, l’obesità psicogena si caratterizza per la qualità e l’attrazione del cibo ingerito; nelle persone con obesità psicogena, in altri termini, esiste una dipendenza dal cibo con modalità differenti dalla bulimia: i pazienti assumono grandi quantità di cibo, non lo vomitano e spesso lo scelgono con cura. I pazienti con obesità psicogena vengono descritti come fortemente emotivi, sensibili alle emozioni e all’ansia, con difficoltà affettive e di relazione: le molteplici cause dell’obesità psicogena sono più precisamente da rintracciare nella storia della persona e nelle dinamiche della famiglia in cui è nata e cresciuta. Si tratta spesso di una famiglia nella quale il cibo è stato la risposta prevalente ai bisogni di cura e affetto: il pensiero ossessivo del cibo condiziona pertanto la vita del paziente obeso che non vede altre risposte alle inevitabili difficoltà delle relazioni interpersonali in ambiente lavorativo e in ambito familiare. Questo quadro costituisce una condizione predisponente sulla quale agiscono specifici fattori scatenanti che, spesso con modalità “esplosive”, determinano la comparsa di una sorta di iperalimentazione emotiva.

I fattori scatenanti implicati nella genesi dell’obesità psicogena includono: l’ansia, la depressione, la tensione, la solitudine e la noia.

L’incremento ponderale e il conseguente allontanamento dagli standard estetici dominanti sono accompagnati da sentimenti di autosvalutazione, a loro volta responsabili di un’ulteriore iperalimentazione, interpretabile sia come auto-gratificazione sia come tentativo di isolamento. L’iperalimentazione sostanzialmente riflette i sentimenti di rabbia e di aggressività che il paziente rivolge verso se stesso: viene pertanto attivato un circolo vizioso producendo un nuovo incremento di peso che, attraverso l’amplificazione dei sentimenti di autosvalutazione, favorisce la persistenza della stessa iperalimentazione con progressivo aggravamento dell’obesità psicogena. La persona obesa focalizza la sua attenzione sulle variazioni ponderali allo scopo di nascondere disagi più profondi che non sa o non vuole affrontare; per le medesime ragioni, la ricerca di possibili cause non alimentari dell’obesità diventa un chiodo fisso e porta il paziente a consultare numerosi specialisti nell’ambigua speranza di scoprire qualche causa organica dell’obesità e quindi di non assumersi la responsabilità del proprio comportamento alimentare.

Il bisogno interiore di accettazione e conforto scatena un impulso a mangiare per ingrassare, per costruire attorno a sé una specie di barriera protettiva: tale barriera, materialmente costituita dal grasso corporeo, permette al paziente obeso di “isolarsi” (diventare isola) fisicamente compensando la mancanza di accettazione da parte della società.

Gli obesi hanno bisogno della distanza proprio per non essere visti come in realtà sono: persone fragili e vulnerabili, con il terrore di essere respinte e di non trovare risposta ai propri desideri.

L’obesità può essere in altri termini interpretata come la maschera dell’anima, che si “traveste” per difendersi dagli altri, dai quali non si sente accettata e valorizzata. Nelle diverse fasce di età, oltre ai fattori precedentemente elencati, entrano in gioco altri meccanismi favorenti l’obesità psicogena.


L’OBESITA’ INFANTILE, è la forma più problematica, in quanto appare profondamente legata a meccanismi sia endocrino-metabolici che psicologici; da un punto di vista psicologico, particolarmente suggestiva è la teoria dell’apprendimento della fame, dovuta ad Hilde Bruch. Nelle famiglie con disturbi alimentari sembra, infatti, che esista una tendenza a interpretare ogni disagio in termini di fame creando in tal modo un condizionamento a mangiare per colmare il senso di mancanza fisiologica o psicologica. Il bambino introietta questo atteggiamento che, trasmesso inconsciamente dai genitori, si traduce in un’alterata alimentazione in risposta alle necessità fisiologiche e ai bisogni affettivi. Il piccolo obeso, in altri termini, mangia e si ingozza per placare l’ansia della madre, senza dare ascolto ai messaggi che vengono dal proprio corpo.


L’OBESITA’ DELL’ADOLESCENTE, nonostante la necessità fisiologica di sostenere l’accrescimento con un aumentato apporto calorico, è quasi sempre vista in chiave sessuale. La paura della sessualità, il timore di un eventuale rifiuto da parte del partner, la paura della dipendenza affettiva e della perdita di sé, portano un adolescente a iper-alimentarsi con conseguente incremento ponderale: il danno estetico, causato da tale incremento, viene utilizzato sia come alibi per non avvicinarsi all’altro sesso, sia come deterrente per prevenire un eventuale corteggiamento. L’iper-alimentazione può dunque essere interpretata come un atteggiamento difensivo e allo stesso tempo distruttivo nei confronti della propria sessualità e della propria immagine adulta; l’adolescente obeso in sostanza non vuole crescere e non vuole affrontare le dinamiche affettive della vita adulta. L’autoisolamento viene pertanto utilizzato come espediente per non mettersi in gioco e per non rischiare le eventuali delusioni affettive che, in realtà, rappresentano veri e propri momenti di crescita.


L’OBESITA’ DELLA TERZA ETA’, sempre secondo Hilde Bruch, non è mai così graduale e naturale come la si vuol far apparire ma è sempre reattiva a un trauma manifesto o segreto. Tale trauma, generalmente legato al lutto della separazione, può consistere in un abbandono, una grave malattia oppure un evento che in qualche modo danneggia l’immagine di sé, come un intervento chirurgico (mastectomia, prostatectomia, operazioni cardiochirurgiche) o qualsiasi stato di insoddisfazione psicologica.

 

COME SI CURANO LE PERSONE OBESE?

Le figure professionali che intervengono nella terapia dell’obesità psicogena includono il dietologo, lo psicologo e l’endocrinologo. Una volta escluse le cause endocrino-metaboliche, un approccio basato sul solo intervento nutrizionale non appare sufficiente a lungo termine; si rende invece necessario anche un trattamento comportamentale che induca modificazioni graduali delle abitudini alimentari scorrette e dello stile di vita, con il coinvolgimento della famiglia attraverso un adeguato supporto psicologico. E’ importante lavorare anche sul concetto di autostima, portando alla luce i veri sentimenti profondi emotivo-relazionali che hanno portato all’isolamento (o meglio all’auto-isolamento) del paziente obeso. La storia di una persona affetta da disturbi alimentari rivela comunque chiaramente che il corpo rappresenta solo l’ultimo anello, il risultato finale di una lunga catena di comportamenti che si influenzano a vicenda.

Il corpo è lo schermo finale in cui viene proiettato il malessere inconscio, una spiaggia sulla quale viene scritto un S.O.S. che si vede soltanto dall’alto e da lontano.

 

“La realtà è il mondo della nostra vita quotidiana, ma mentre viviamo dimentichiamo che tutto parte dal nostro pensiero e dalle nostre azioni”

(Berger e Luckman 1969)

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