La malattia cronica dura nel tempo, non essendo guaribile pur non avendo un immediato esito mortale; per questo si parla di continuità.

Una condizione di malattia cronica è ben diversa dal vivere una condizione acuta, in cui, dopo una crisi anche grave, si ritorna a essere come prima.

Che cosa vuol dire vivere in queste condizione paradossale, di vita ma non di salute?

Vivere “è molto più difficile del semplice respirare”. Vivere è realizzare se stessi al meglio pur nella condizione limitante di una malattia cronica; è trovare un nuovo equilibrio, un nuovo adattamento in modo da continuare ad avere una crescita personale e uno sviluppo individuale.

Lo sviluppo dell’essere umano dura tutta la vita in una continuità flessibile, capace di fare fronte ai cambiamenti.

Sviluppo, quindi, “nonostante” la malattia all’interno dei vincoli che essa pone; sviluppo “grazie” alla malattia, come esperienza che è fonte di crescita perché offre un punto di vista più articolato e profondo della vita stessa.

L’adattamento alla malattia cronica non è mai statico e una volta raggiunto può essere temporaneamente perso; le crisi fanno parte del percorso di accettazione e di elaborazione della cronicità.

Crisi in giapponese significa anche opportunità e saperlo e riconoscerlo come un passaggio obbligato, come il pedaggio dell’autostrada, rende questo momento non come un fallimento personale ma un momento di crescita e di opportunità seppur faticoso.

La persona affetta da malattia cronica mette in atto una serie di reazioni più o meno inconsapevoli alla malattia finalizzate al suo adattamento psicologico.

ACCETTAZIONE DELLA MALATTIA

Per accettare la malattia occorre anzi tutto superare la domanda: “Perché proprio a me?” Domanda alla quale si possono dare risposte di profonda rabbia (la malattia appare un’ingiustizia) o di depressione (la malattia come colpa e come frutto della propria incapacità di tutelare la propria salute).

Occorre riconoscere che la malattia è parte di te stesso, una caratteristica soggettiva come molti altri aspetti di sé e che è con questi limiti e con queste risorse che dobbiamo vivere, rispettare comunque la vita che ci è stata data.

Quest’accettazione non è affatto passiva rassegnazione, ma riconoscimento della propria realtà e volontà di vivere a partire da una condizione che è anche, ma non solo, di malattia. E’ un processo che richiede tempo, che evolve nel tempo e che può essere rimesso in discussione anche dopo anni.

Psicopatologia di cronicità: vissuto emotivo di malattia cronica nel paziente diabetico complicato (piede diabetico)

SIGNIFICATO E SENSO ALLA CONTINUITÀ DI UNA MALATTIA CRONICA

Uno dei motivi di sofferenza nell’animo umano è non riuscire a dare un senso, un significato a eventi o situazioni che accadono nella propria vita.

Tutte le persone cercano di dare significato alla propria vita anche attraverso la realizzazione di sé.

La malattia mette in discussione il senso che diamo alla vita perché impedisce o rallenta alcune delle realizzazioni che si sono progettate. Il malato deve impegnarsi a trovare un nuovo senso alla propria vita, segnata dalla malattia, e alla propria presenza nel mondo.

RICOSTRUIRE L’IDENTITÀ

Al malato cronico non deve restare solo l’identità da malato; Anche il personale sanitario deve comprendere che il malato spesso fa cose per lui rilevanti proprio per non rimanere imprigionato nella sola identità da malato; l’importante è che non diano problemi sul piano fisico.

Limitante identificare il malato solo come una persona bisognosa di aiuto con sentimenti negativi e depressivi. Occorre guardare al malato come a una persona che ha ancora molto da dare e non solo da riceve.

VIVERE E CONVIVERE CON UNA MALATTIA CRONICA: DUE MONDI UGUALI E DIVERSI

Le malattie croniche sono malattie di lunga durata dovute a meccanismi patogenetici NON REVERSIBILI.

Per questo tipo di malattie le terapie possono portare miglioramenti ma non sono risolutive.

Alcuni esempi di malattie croniche sono: diabete mellito, cardiopatie, tumori, disturbi psichiatrici come disturbi di personalità o disturbi dell’umore.

Tendenzialmente durano tutta la vita determinando vari gradi di invalidità compromettendo, quindi, in misura spesso rilevante la qualità di vita dell’ammalato.

La cronicità è una scalinata impervia dove ogni gradino consiste in un giorno in più trascorso con la propria malattia cronica. “Quella cosa infame!” La dimensione della malattia cronica scandisce il ritmo delle giornate anche tramite delle incombenze abitudinarie. Molti ammalati sentono la necessità in alcuni momenti della malattia di fermarsi, almeno idealmente, per riprendere possesso della propria libertà, ovvero, del proprio tempo.

Dal momento che la malattia cronica non è eliminabile occorre in altri termini “darle un senso” accettando la stessa malattia e i relativi provvedimenti terapeutici come un mezzo e un’OPPORTUNITA’ per oltrepassare gli inevitabili LIMITI della condizione umana.

Non sorprende che nelle malattie croniche l’essere umano trovi dentro se stesso le risorse e potenzialità non conosciute e sia in grado di dare un nuovo significato alla vita e quindi anche alla stessa malattia.

SVILUPPO quindi nonostante la malattia, all’interno dei vincoli che essa impone; SVILUPPO anche grazie alla malattia come fonte di crescita, perché questa spesso offre un punto di vista più sincero e meno superficiale sulla realtà.

Forte è chi trasforma le difficoltà in vantaggio: certo è un viaggio lungo l’accettazione della cronicità, un dolore sordo.

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