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	Commenti a: VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA	</title>
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	<description>Psicologa - Cremona</description>
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		Di: Federica		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2020 22:39:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Michela Marzano, con â€œVolevo essere una farfallaâ€, mi ha regalato tantissime parole, mi ha aiutata a dare il nome a molti momenti e dolori, a una molteplicitÃ  di emozioni e contraddizioni che hanno caratterizzato a lungo la mia vita e a cui, proprio perchÃ© non definibili, non narrabili, non riuscivo a dare una forma, a rendere visibili a me stessa e, quindi, a fronteggiare, â€œsmontareâ€ e â€œmettere viaâ€. 
Ho letto il libro decine e decine di volte, inserendo vari post-it per segnarmi le pagine o le frasi che, di volta in volta, risuonavano piÃ¹ fortemente dentro di me.
Durante lâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />ultima mia lettura, mi ero segnata tre parti. 
â€œLa cosa piÃ¹ difficile Ã¨ far capire. Quella sofferenza che Ã¨ dentro. Immensa. Senza fondo. Che non lascia trasparire nulla. PerchÃ© dall&#039;esterno non si vede. Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilitÃ . Una famiglia, degli amici, dei diplomi. Non sei malata. CioÃ¨ sÃ¬, lo sei, ma nell&#039;unico senso inaccettabile del termine, perchÃ©, per gli altri, sei tu che sei all&#039;origine della tua malattia. [â€¦] E allora come far capire agli altri che in quel magnifico tutto manca l&#039;essenziale? Come spiegare loro che, nonostante tutto quello che si ha, manca la semplice e banale evidenza che vivere Ã¨ bello? Come trovare le parole per dire che manca la gioia. Manca la pace. Manca la forza di affrontare il mondo. PerchÃ© manca la voglia... [â€¦] In quei momenti, non Ã¨ la morte che fa paura.  la vita. PerchÃ© la morte Ã¨ solo una liberazione da quellâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />incubo che ti annientaâ€¦â€  Che difficile spiegare il male di vivere, la sofferenza dellâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />anima!! Che impresa trovare chi sia disposto a mettere da parte il suo giudizio su chi sta tanto male dentro e provi, piuttosto, ad accogliere il suo sentire, con un poâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> di empatia! Quel desiderio di niente -che annienta la voglia di stare al mondo- altro non Ã¨ che desiderio dellâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />Altro, desiderio di assoluto. La fame di cibo Ã¨ fame dâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />amore, di riconoscimento, di autenticitÃ , di bellezza, di ricerca. Fame di Dio. Solo con il ritorno del desiderio potrÃ  ricomparire la voglia di vivere e, successivamente e in un crescendo continuo, la gioia di esistere, di essere, di amare, di darsi. Il percorso umano inizia veramente, come ci ricorda Dante, quando usciamo dallâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />inferno e torniamo a â€œriveder le stelleâ€.  
Dal secondo post-it: â€œIn fondo, si vive sempre e solo quello che si vuole vivere. Ãˆ da lÃ¬ che si deve ripartire. Per desiderare quello che si ha giÃ . Senza passare il tempo a sperare che forse un giorno tutto sarÃ  diverso. PerchÃ© tutto Ã¨ giÃ  diverso, non appena si fa la pace con i propri ricordi. Quelli che smetteranno di accompagnarci quando avremo ritrovato quei profumi e quei rumori, la fine della fatica, l&#039;inizio della gioiaâ€.  Ci vuole tanto tempo per acquisire alcune fondamentali consapevolezze, che ci facciano capire quali dinamiche e quali pensieri si trovino nei primi centimetri della lunga matassa che attorciglia chi Ã¨ attraversato da un disturbo alimentare. Ma ce ne vuole pure molto per fare pace con se stessi, per perdonarsi, per darsi la possibilitÃ  di guardare con altre lenti il proprio passato, il proprio presente, il proprio futuroâ€¦per concedersi il proprio futuro, per tornare ad inventarlo, a costruirlo liberamente, a piacere. Certamente, ci sono infiniti segni che si sono incisi dentro e fuori ciascuno di noi, ma la nostra memoria puÃ² operare tra questi scegliendo in apparenza misteriosamente, secondo il senso che ognuno vorrebbe dare alla propria esistenza. Un senso abbozzato in quella meravigliosa promessa di cui ciascuno Ã¨ portatore, titolare.
La terza frase che mi sono appuntata, recita cosÃ¬: â€œÃˆ forse l&#039;unica cosa che ho veramente capito: nella vita non si puÃ² fare altro che accettarsi. Ed essere indulgenti. E perdonarsiâ€. Accettarsi Ã¨ concedersi di essere se stessi fino in fondo, con i nostri limiti, le nostre fragilitÃ , la nostra umanitÃ , la nostra unicitÃ , le nostre straordinarie qualitÃ . Accettarsi Ã¨ non sentire piÃ¹ la necessitÃ  di voler apparire diversi da chi si Ã¨ per la paura di non essere accolti e amati, per la paura di essere giudicati sbagliati, per non corrispondere a quellâ€<img src="https://s.w.org/images/core/emoji/14.0.0/72x72/2122.png" alt="™" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />idea di noi che ci pare (a volte pure erroneamente) che gli altri ritengano come unica identitÃ  per noi. Dopo essersi perdonati ed accettati profondamente, si diventa persone libere. E â€œnon esistono liberatori, ma persone che si liberanoâ€ (T. Olivelli).
Grazie Michela!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Michela Marzano, con â€œVolevo essere una farfallaâ€, mi ha regalato tantissime parole, mi ha aiutata a dare il nome a molti momenti e dolori, a una molteplicitÃ  di emozioni e contraddizioni che hanno caratterizzato a lungo la mia vita e a cui, proprio perchÃ© non definibili, non narrabili, non riuscivo a dare una forma, a rendere visibili a me stessa e, quindi, a fronteggiare, â€œsmontareâ€ e â€œmettere viaâ€.<br />
Ho letto il libro decine e decine di volte, inserendo vari post-it per segnarmi le pagine o le frasi che, di volta in volta, risuonavano piÃ¹ fortemente dentro di me.<br />
Durante lâ€™ultima mia lettura, mi ero segnata tre parti.<br />
â€œLa cosa piÃ¹ difficile Ã¨ far capire. Quella sofferenza che Ã¨ dentro. Immensa. Senza fondo. Che non lascia trasparire nulla. PerchÃ© dall&#8217;esterno non si vede. Hai tutto. Assolutamente tutto. Bellezza, intelligenza, sensibilitÃ . Una famiglia, degli amici, dei diplomi. Non sei malata. CioÃ¨ sÃ¬, lo sei, ma nell&#8217;unico senso inaccettabile del termine, perchÃ©, per gli altri, sei tu che sei all&#8217;origine della tua malattia. [â€¦] E allora come far capire agli altri che in quel magnifico tutto manca l&#8217;essenziale? Come spiegare loro che, nonostante tutto quello che si ha, manca la semplice e banale evidenza che vivere Ã¨ bello? Come trovare le parole per dire che manca la gioia. Manca la pace. Manca la forza di affrontare il mondo. PerchÃ© manca la voglia&#8230; [â€¦] In quei momenti, non Ã¨ la morte che fa paura.  la vita. PerchÃ© la morte Ã¨ solo una liberazione da quellâ€™incubo che ti annientaâ€¦â€  Che difficile spiegare il male di vivere, la sofferenza dellâ€™anima!! Che impresa trovare chi sia disposto a mettere da parte il suo giudizio su chi sta tanto male dentro e provi, piuttosto, ad accogliere il suo sentire, con un poâ€™ di empatia! Quel desiderio di niente -che annienta la voglia di stare al mondo- altro non Ã¨ che desiderio dellâ€™Altro, desiderio di assoluto. La fame di cibo Ã¨ fame dâ€™amore, di riconoscimento, di autenticitÃ , di bellezza, di ricerca. Fame di Dio. Solo con il ritorno del desiderio potrÃ  ricomparire la voglia di vivere e, successivamente e in un crescendo continuo, la gioia di esistere, di essere, di amare, di darsi. Il percorso umano inizia veramente, come ci ricorda Dante, quando usciamo dallâ€™inferno e torniamo a â€œriveder le stelleâ€.<br />
Dal secondo post-it: â€œIn fondo, si vive sempre e solo quello che si vuole vivere. Ãˆ da lÃ¬ che si deve ripartire. Per desiderare quello che si ha giÃ . Senza passare il tempo a sperare che forse un giorno tutto sarÃ  diverso. PerchÃ© tutto Ã¨ giÃ  diverso, non appena si fa la pace con i propri ricordi. Quelli che smetteranno di accompagnarci quando avremo ritrovato quei profumi e quei rumori, la fine della fatica, l&#8217;inizio della gioiaâ€.  Ci vuole tanto tempo per acquisire alcune fondamentali consapevolezze, che ci facciano capire quali dinamiche e quali pensieri si trovino nei primi centimetri della lunga matassa che attorciglia chi Ã¨ attraversato da un disturbo alimentare. Ma ce ne vuole pure molto per fare pace con se stessi, per perdonarsi, per darsi la possibilitÃ  di guardare con altre lenti il proprio passato, il proprio presente, il proprio futuroâ€¦per concedersi il proprio futuro, per tornare ad inventarlo, a costruirlo liberamente, a piacere. Certamente, ci sono infiniti segni che si sono incisi dentro e fuori ciascuno di noi, ma la nostra memoria puÃ² operare tra questi scegliendo in apparenza misteriosamente, secondo il senso che ognuno vorrebbe dare alla propria esistenza. Un senso abbozzato in quella meravigliosa promessa di cui ciascuno Ã¨ portatore, titolare.<br />
La terza frase che mi sono appuntata, recita cosÃ¬: â€œÃˆ forse l&#8217;unica cosa che ho veramente capito: nella vita non si puÃ² fare altro che accettarsi. Ed essere indulgenti. E perdonarsiâ€. Accettarsi Ã¨ concedersi di essere se stessi fino in fondo, con i nostri limiti, le nostre fragilitÃ , la nostra umanitÃ , la nostra unicitÃ , le nostre straordinarie qualitÃ . Accettarsi Ã¨ non sentire piÃ¹ la necessitÃ  di voler apparire diversi da chi si Ã¨ per la paura di non essere accolti e amati, per la paura di essere giudicati sbagliati, per non corrispondere a quellâ€™idea di noi che ci pare (a volte pure erroneamente) che gli altri ritengano come unica identitÃ  per noi. Dopo essersi perdonati ed accettati profondamente, si diventa persone libere. E â€œnon esistono liberatori, ma persone che si liberanoâ€ (T. Olivelli).<br />
Grazie Michela!</p>
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